Was erwartet uns?
Massimo Adinolfi è persona di grande intelligenza e cultura: e soprattutto uno che conosce la filosofia molto meglio di me. Per questo mi turba leggere nel suo blog che è un pregiudizio che la filosofia si occupi soprattutto di domande come " chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo", e che anzi "proprio queste non sono le domande da cui comincia la filosofia". Mi turba, anche perché Adinolfi è uno studioso di Kant, e certo conosce meglio di me le tre domande della Logik di Kant: Was kann ich wissen? Was soll ich tun? Was darf ich hoffen?, ricondotte alla domanda fondamentale: Was ist der Mensch? E sono certo che, pur senza essere uno studioso di Bloch, conosca anche le domande con cui si apre Das Prinzip Hoffnung: Wer sind wir? Wo kommen wir her? Wohin gehen wir? War erwarten wir? War erwartet uns?
Confesso di aver passato non pochi giorni della mia vita - e non dei peggiori, credo - a riflettere su queste domande; e su un'altra, quella che Heidegger considerava fondamentale: Perché esiste, in generale, l'essente e non piuttosto il nulla? Confesso anche di non aver cavato un ragno dal buco; ma questo, ahimé, riguarda tutta la mia vita, non solo i miei tentativi di pensiero. Epperò ne ho tratto qualche godimento, anche quando c'era la fatica, il fastidio dell'incomprensione, il mal di testa, la frustrazione. Il godimento che prova un bimbo, credo, quando si lascia andare all'aggressività esplorativa, guadagnandosi qualche schiaffo dal padre ed acquisendo la coscienza dei limiti delle sue possibilità d'azione.
I miei maestri - più libri che persone, devo dire - mi hanno insegnato che far filosofia vuol dire pensare in grande. Uscire dal cerchio delle proprie occupazioni e preoccupazioni, e guardare il mondo. Guardarlo praticamente, certo; la filosofia non è chiusa nella torre d'avorio, ed in questo Adinolfi ha senz'altro ragione. Ma una praticità sui generis. All'università mi sono formato sulla fenomenologia, sul personalismo (più Schaff che Mounier, però), sull'ermeneutica. Uno dei testi sull'ermeneutica studiati allora si intitola proprio La praticità della ragione ermeneutica. Nelle ultime pagine si legge che l'etica gadameriana è un'etica "che nasce dal narrarsi e dal comunicarsi le reciproche esperienze del difficile mestiere di diventare uomini...". Ed io sarei d'accordo. Ma perché Adinolfi dice che è un pregiudizio pensare che "occorre che il filosofo parli ad ognuno?"
La filosofia diventa pratica, oggi, per altra via. Si diffonde la figura del consigliere filosofico (da questa notizia prende avvio il post di Adinolfi), il quale si occupa di cose come "tecniche di leadership e di sviluppo dedicate all'universo delle piccole imprese". I miei maestri (più libri che persone) si sono dimenticati di dirmi che la filosofia si occupa di queste cose. Ricordo anche un certo Dewey, che parlava della filosofia come di una grande critica delle critiche, la meta-disciplina che sottopone ad analisi la totalità dell'esperienza, per ritenerne il meglio.
Non la filosofia, ma la sociologia della conoscenza ci insegna che in ogni società esistono degli esperti il cui compito è quello di mantenere l'universo simbolico condiviso. Sono degli "esperti universali". Con ogni evidenza, i filosofi non sono stati (tranne poche eccezioni) e non sono tali esperti. Piuttosto, sembra che Berger e Luckmann facciano il ritratto del filosofo, quando parlano dell'intellettuale come "un esperto la cui competenza non è in genere richiesta dalla società", e quindi "per definizione un individuo che rifiuta di integrarsi nella società".* Per Berger e Luckmann, l'intellettuale (il filosofo, dico io) ha due possibilità. Può chiudersi in una sotto-società di suoi simili, con i quali condividere la sua visione del mondo, oppure proporsi di cambiare la società attraverso la rivoluzione.
Ma la settarietà stanca, e non è più tempo di rivoluzioni. Anche il filosofo, dunque, si mette l'abito buono e addomestica la sua inquietudine.
Non sono sicuro che sia una buona notizia.
* P. L. Berger - Th. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, Il Mulino, Bologna 1969, p. 174.